Essere chef all’estero conviene davvero? Ti sveliamo le cifre stratosferiche che guadagnano i cuochi che, dall’Italia, scelgono di trasferirsi altrove
Abbandonare l’Italia dopo aver fatto le valigie per trasferirsi all’estero, nella speranza che la propria posizione lavorativa possa essere maggiormente riconosciuta, perlomeno in termini economici?
Un fenomeno, questo, che va sotto il nome di “fuga di cervelli”. E che, all’Italia, sarebbe costato ben 134 miliardi di euro in 13 anni, secondo le stime di Forbes. Dal 2011 al 2013, sono stati oltre mezzo milione i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni che sono emigrati all’estero (dati della Fondazione Nord Est).
Un capitale umano di miliardi di euro, dunque, che ha abbandonato lo Stivale. Allo stesso tempo, rispetto al resto d’Europa, l’Italia risulta essere l’ultima Nazione per capacità attrattiva nei confronti dei giovani europei: uno scarso 6%. Come se la cavano, a questo proposito, i giovani chef che preferiscono abbandonare il Bel Paese per lavorare all’estero?
Non è un mistero che la professione di chef, a meno che non si raggiungano determinati livelli di carriera, non possieda uno stipendio proporzionato alle ore lavorative e ai sacrifici che questo tipo di professione richiede.
In Italia, al netto di casi eccezionali, un lavoro come cuoco prevede uno stipendio che può andare dai 1.600 ai 1.900 euro al mese. Di certo, non cifre che fanno gola a persone che, per svolgere il loro lavoro, sacrificano fine settimana, festivi e tante altre occasioni sociali.
All’estero, invece, la situazione sarebbe completamente agli antipodi. Lo testimonia la vicenda del 31enne chef Davide Sansone, il quale ha abbandonato Santa Giulietta, un piccolo paese dell’Oltrepò Pavese, per approdare in Norvegia. Cosa lo trattiene lì? “Una vita lavorativa più equilibrata, con stipendi e orari più regolari“.
È arrivato a Trondheim, in Norvegia, nel 2021, come svelato in un’intervista ai microfoni del Corriere della Sera. La cultura del lavoro che ha trovato nella Nazione dei fiordi gli ha consentito fin da subito di equilibrare al meglio tempo da dedicare alla cucina e alla famiglia.
Il settore della ristorazione in Norvegia, spiega, gli garantirebbe delle condizioni lavorative del tutto differenti da quelle a cui, all’opposto, potrebbe aspirare in Italia. “Lo stipendio medio di uno chef – dice Davide – si aggira intorno ai 4/5mila euro al mese, con quindici mensilità“.
Un altro aspetto che lo ha spinto a trattenersi in Norvegia è l’attenzione che viene prestata anche a momenti come riunioni e meeting. “Vengono conteggiati nello stipendio – aggiunge il 31enne -. In più, non esiste il turno spezzato e gli straordinari sono sempre concordati e pagati bene“.
Naturalmente, a fronte di uno stipendio così alto, il costo della vita in Norvegia non potrebbe che essere adeguato. “Per una pizza margherita servono almeno 18 euro; una gourmet, invece, arrivi a pagarla 40 – conclude lo chef -. Quanto alle case, un appartamento di 80 metri quadrati costa circa 700 mila euro. È uno dei lati negativi della vita in Norvegia“.
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